sabato 12 agosto 2017

Francia
“Rapiti” da Lourdes. Dove l’ordine comune della società è capovolto
Il Sole 24 Ore
(Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto) Che l’esperienza di Lourdes affascini e parli alla vita lo dimostra tra tante la testimonianza di Franz Werfel, scrittore conosciuto per i suoi molti lavori, tra cui I quaranta giorni del Mussa Dagh, dove narra in modo realistico e struggente uno degli episodi più significativi del genocidio armeno.
Nato a Praga nel 1890, figlio di un commerciante ebreo, Werfel fu amico tra gli altri di Franz Kafka e Max Brod, divenendo a Vienna, dove si era trasferito, uno dei protagonisti più affermati della vita letteraria mitteleuropea, voce di un mondo di raffinata cultura, annientato dall’avvento della barbarie nazista. Come molti esponenti di origine ebraica, anche Werfel fu costretto alla fuga: profugo nel sud della Francia, cercò asilo a Lourdes, in una situazione drammatica in cui molti, specialmente ebrei di varie nazioni europee, lottavano per sopravvivere. Nel libro scritto nel 1941, intitolato Il canto di Bernadette, volle raccontare la storia di Bernadette Soubirous e delle apparizioni di Lourdes (riedito da Gallucci nel 2011, nell’unica traduzione autorizzata, quella di Remo Costanzi: la prima edizione italiana è del 1946), motivando così la sua scelta: “La Provvidenza mi condusse a Lourdes, della cui storia prodigiosa non avevo fino allora nemmeno la più superficiale nozione. Rimanemmo nascosti parecchie settimane nella città dei Pirenei. Fu un periodo di angosce, ma fu anche un periodo altamente significativo per me, poiché mi fu dato conoscere la meravigliosa storia della giovinetta Bernardette Soubirous e i fatti delle guarigioni di Lourdes. Un giorno, tribolato com’ero, feci un voto. Se fossi uscito da quella situazione disperata ed avessi raggiunto la costa americana avrei prima di ogni altro lavoro cantato la canzone di Bernardette come meglio avessi potuto. Questo libro è l’adempimento di un voto. Un canto epico nel tempo nostro non può che prendere la forma di un romanzo. “Bernardette” è un romanzo, ma non è un’opera di fantasia… Tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti... La loro verità è attestata da amici, nemici e osservatori spassionati… Ho osato cantare la canzone di Bernardette, io che non sono cattolico, ma ebreo… perché, sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi versi, giurai a me stesso che avrei reso onore sempre e dovunque, attraverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: nonostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita”.
La testimonianza di Franz Werfel è continuamente confermata dai milioni di pellegrini che si recano alla Grotta di Massabielle: ancora una volta ho potuto verificarlo, guidandovi un pellegrinaggio di un centinaio di giovani della diocesi a me affidata. Come Werfel essi sono stati “rapiti” da Lourdes: perché? Vorrei rispondere a questa domanda accennando a tre aspetti che hanno particolarmente colpito i giovani. Il primo è la straordinaria esperienza di preghiera, personale e comunitaria, che a Lourdes si può fare: la cura e la bellezza della liturgia e dei canti, la suggestione della processione eucaristica del pomeriggio e di quella “aux flambeaux” della sera, il numero di persone che provenienti da tutto il mondo si trovano unite in quella preghiera e nel silenzio orante davanti alla Grotta, parlano al cuore dei giovani con un’intensità toccante. Anche ragazzi che non provengono da particolari cammini di fede si sentono attratti dalla gioia e dalla bellezza di lasciarsi amare da Dio, come la Vergine Maria, che parla in ogni aspetto dell’esperienza di Lourdes portando i cuori a Cristo e all’adorazione del Dio tre volte Santo. Insieme con la preghiera, è l’incontro con gli ammalati che colpisce i giovani e letteralmente li trasforma: a Lourdes l’ordine comune delle nostre società è capovolto. Al primo posto ci sono i deboli, gli infermi, e tutto ruota intorno al servizio d’amore che viene reso loro: impressiona vedere come i giovani colgano questo messaggio e si sentano attratti da questa sovversione della logica che il consumismo e l’edonismo dominanti tendono a imporre. Infine, a Lourdes i giovani si riconoscono fratelli con l’umanità intera, di tutte le culture ed esperienze: i colori della pelle dei tanti pellegrini rappresentano veramente la famiglia umana nella varietà dei suoi volti e nella comune dignità di essere tutti persone umane, figli dell’unico Dio. A Lourdes la follia delle ideologie razziste e xenofobe appare in tutta la sua povertà culturale e spirituale, mentre si avverte l’urgenza di essere e volersi uniti nell’unica, comune avventura della vita al cospetto dell’Eterno e nella responsabilità verso gli altri. A Lourdes ci si scopre umani nel senso più profondo di questa parola, nella bellezza di ciò che significa, nella sfida e nella responsabilità di quanto comporta, affinché a nessuno sia negato il diritto a realizzare la propria esistenza nella verità, nella giustizia, nella libertà e nella pace, che spetta a ciascuno di poter vivere. Scuola di fede e di servizio agli altri, Lourdes è anche una grande scuola di umanità realizzata secondo il sogno di Dio, Padre di tutti.

Il Sole 24 Ore, Domenica 6 agosto 2017, 1 e 6